poesie
Posted: aprile 25th, 2010 | Author: clubsilencio | Filed under: Senza categoria | 17 Comments »
“Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.”
Walt Whitman
“Che il potente spettacolo continui,
e che tu puoi contribuire con un verso.”
Walt Whitman
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spesso il respiro del mondo s’inruvida
Ho camminato sui tuoi passi ed erano contrari,
allora ho bendato le mie visioni lontane
per non sfregiarmi i sorrisi.
Ho distrutto ogni pensiero
per tornare in superficie
Ho impugnato l’ultima lacrima
prima che facesse luce.
Nella nostra ora sottintesa
del piu’ lungo giorno
ho avuto il tuo sapore sotto il palato
e ne ho fatto cimelio.
Questo sonno intenerito anela il risveglio e
allora rubo l’ultimo riverbero
in quets’orgia di strascichi prismatici
prima che gli occhi inciampino sul nostro silenzio
prima di vederti ancora nella tua ultima partenza,
prima di scoprirmi ancora nel mio utlimo ritorno.
Seduco la parola nella carenza di un silenzio
è un bisturi questa nevrosi,
affetta il mondo per divorarlo.
E il sangue intanto raccoglie
ogni chimera
che possa sanarmi e
riesca a salvarti nel centro di tutto.
Partoriremo teneri lirismi
da annusare con le braccia strette in gola.
Regaleremo sospiri
e saremo incompresi
rifratti, sbandati.
Faremo la punta alle parole
assegnando le virgole ai silenzi
riempiendo gli spazi vuoti di cupi baci
come discorsi da scrivere sottopelle
nuotando nei fogli bianchi ancora da concepire
avvolti e stravolti dal tempo assopito sul cuscino
e fra le tue labbra mute
Strapparti il viso
e vestirti di voce,
la nostra.
E’ un taglio mai sepolto
questo morso che ci tiene
riflessi e
genuflessi:
contempliamo questo dolore
nelle note disumane
dei nostri affanni naufragati.
Manchi tu nelle fessure sgranate
dei tuoi occhi attempati,
nel sonno desideri sinuosità bianche
di leggerezze spontanee.
ma questo è un ventre minaccioso di nubi
che contempla le tue mani robuste
e i tuoi pensieri sazi.
Non c’è soffio che tenga
contro dei immobili
rinfocillati d’indifferenza.
Sei il mio polso che vive e trema
l’ anima che dispera e spera,
sei la radice del mio respiro tenue.
Sono figlia della tua atomica pelle.
Sono uno scrosciare di umori inesatti;
L’inchiostro sfila
sul calco del nervo fiorito.
Gli occhi si fanno brina
mentre Parto per tornare da me.
Ho avuto occhi piegati
dal vento.
Mentre Scorre il ramo fiorito sul vetro invecchiato
ho sfumato anche l’ultimo pensiero.
Io so.
Piena di voragini nella pelle,
sono uno spiffero d’aria
nell’inchiostro indelebile.
Ma tutta la mia luce
è nella tua voce.
Io ho letto il mio sole sul ciglio
della tua parola socchiusa.
Ammicca un sorriso bianco
il mattino che s’appresta a divenire..
Sotto il palmo della tua carezza
mi cerco ovunque tu sia
tra le rughe digitali
della tua carne vissuta.
Senzaschema
su di un piede o su due.
a saltellare poi
rettangoli che si sbriciolano
e i muri, quelli
hanno la consistenza
di muscolo tirato allo spasimo
dondolandoci poi
sulle corde tese, stese
per nasconderci i dubbi
e saperci in sospeso.
Afferro in fuga il volo del primo giorno
per placarmi in un pensiero vergine
mentre gioco bambina questa infanzia che
dorme e nn smette
e che mi lascia bruciare nel riflesso della mia prima pelle.
Rubo questa veglia informe della notte
senza soste mentre
tutto il mio cuore è una spina ormai in fiore.
Dondola la mano sulle mie ombre di vertigini scomposte e
in punta su tutti i miei peccati,
torno innocente,
funambolicaMente.
Frantumi sincopati e lievi
questi squarci di cielo plumbeo.
Tra i capelli un profumo digitale
quel purpureo carnale
che s’affretta
e fa incetta di cocci,
spine,
rime.
E’ il ritmo che colpisce i sensi
del tuo animo inquieto.
Tra mille fiori tu sei l’odore non-presente
e passa e vaga e impregna
queste mani che sono assenti
latenti.
Sfiorivano i miei occhi
e tu ascoltavi questo concerto di violini ebbri di note sui tuoi versi,
di unghie sui miei polsi,
e ansie tra le rughe,
del mondo che non ti aspetta
dell’ombra che mi fà bella.
Sei una ferita,
è aperta
m’infetta.
Calcolo l’amore a un centimetro dal mio labbro,
mutilo la luce chiomata di echi perituri
mentre vibrano le ortensie e i riverberi di suoni nevrastenici.
Tu cammini sulle mie mani distrutte e le raccogli,
scorri tra le rughe sentimentali di tutta una vita
e non ti accorgi
di quanta tu vita sia.
La mia parola ti commuove
ma sei lo specchio del mio silenzio
annidato tra i capelli.
Il sogno è un abbaglio
che ingrana colori nell’angolo sbriciolato del tempo.
Io lo ripongo tra le unghia superstiti della tua ultima intrusione.
Il vento raschia adagio un silenzio immacolato
e io guardo e piango
questo crepuscolo innervato
che mi disfa la ragione.
Frugo tra le dita gli ultimi spriragli di sole,
all’unisono son battiti randagi di fuochi e falene.
In questo alveare di lucidi ingranaggi,
senza sonni e senza sogni,
io resto un bisbiglio all’angolo del cielo
per quando tu torni.
E questa crepa addosso
come un chiodo del labbro
infetto di parole.
e mi presto all’ascolto
del piacere
dischiuso tra gigli
impertinenti.
M’infrango sui
tuoi riflessi
emotivi
sotto un circolo
d’infezioni primitive
sincronizzando la stessa invocazione,
baciando il sangue
che gira e piange.
volteggi verticale
dal futuro frantumabile.
pensarsi tra violini sgombri d’arie stonate,
e prendersi a piccole dosi
con la radice e
con il fiore di questa vita che s’annusa
a piccoli passi,
questi rintocchi dietro i tuoi
che sommano le nostre stagioni,
il peso sui nostri occhi
circoncisi:
intravedono la nascita
sotto il flusso meravigliato
dei nostri sorrisi.
Ho camminato col vento contrario mangiando inquietudini,
non ho incrociato che insetti lungo la strada
non hanno fatto che schiacciarmi a pezzi.
Hanno appeso un fiore sul tempo ghigliottinando i secondi
ma sulla riva della mia pelle ho tradotto l’eternità che mancava,
l’intermezzo di rime,
il centro del dolore,
l’eco del tuo passaggio,
e ho assunto forme d’aria nella notte
per vestirmi di uno sguardo sul mondo e non sono morta,
un violino epidermico tra le parole e ho lasciato note.,
l’esistenza privata di pensieri anarchici e ho coltivato aurore.