massimo del pizzo


Posted: maggio 3rd, 2010 | Author: clubsilencio | Filed under: Senza categoria | Commenti disabilitati


Il prode Anselmo e del perché se ne muore

    Passa un giorno, passa l’altro, / mai non torna il prode Anselmo: / Perch’egli era molto scaltro,/ andò in guerra, e mise l’elmo…/ Mise l’elmo sulla testa / per non farsi troppo mal, / e partì la lancia in resta/ a cavallo di un caval: è l’incipit di una poesia ormai dimenticata – e forse giustamente – di Giovanni Visconti Venosta (1831 – 1906), La partenza del crociato.
    Fa parte della mia autobiografia: l’ho imparata a memoria per diletto ai tempi dell’infanzia, e ancora so recitarla per intero.
    Come e perché il prode Anselmo non fece mai ritorno lo scoprirà il lettore quando abbia la pazienza, il tempo e il desiderio di arrivare alla fine di queste note.
    Lo so, è un trucco del mestiere per tentare di attirare il lettore nella trappola e mento anche a me stesso quando ignoro che potrebbe saltare il testo e leggerne soltanto il finale. Ma tant’è.
    Da moltissimi anni redigo un diario dove l’io è dominante. Questa forma di scrittura appaga quasi del tutto la mia memoria, il mio egocentrismo e il mio senso del reale.
    Dirò meglio, senza ironia né autocompiacimento: la mia frammentata memoria, il mio smisurato egocentrismo e il mio precario senso del reale.
    All’uopo possono servire anche consunte agendine annotate, spiegazzati foglietti sparsi, ingiallite lettere, brutte cartoline e finanche fotografie fuori fuoco.
    Ma sono testi senza progetto.
    E dirò dunque di più: il diario intimo è l’unico spazio dell’autobiografia, per quanto a volte anche questa mi appaia falsa o poco verosimile. Tanta è la distanza psicofisica fra il 1968 o 1974 e oggi, tanto inabissati sono ormai molti avvenimenti, luoghi, persone.
    Sia detto per inciso: tale inabissamento è però salutare e serve a far spazio alla vita che urge, incombe, ordina perentoriamente di essere vissuta invece che ricordata o catalogata.
    Avverto comunque gli inguaribili curiosi che il diario rimarrà rigorosamente inedito e varrà distrutto al momento opportuno.
    Scrivo poi, da molti anni, racconti di natura o di atmosfera fantastica, se non proprio di genere, dove invece l’io non è presente. O lo è in forme segrete e dissimulate, tanto da non essere percepibile e da sfuggire, per deviazione o distrazione di interesse e di attenzione, anche a me stesso.
    Il fantastico libera l’autore dal peso del proprio vissuto, e non è poco.
    Alcuni esempi (quasi a caso, tra un centinaio di testi inediti o pubblicati):  in La scala, una giovane coppia si sposa e acquista un appartamento nuovo; dopo un po’ di tempo, lui scopre nel ripostiglio una scalinata che sale e che non aveva mai notato prima: decide di vedere dove porta. L’uomo non tornerà più.
    In La pesca miracolosa c’è una piccola barca di pescatori, in un imprecisato oceano. Non riescono a prendere pesci da mesi; poi all’improvviso, durante una ennesima e infruttuosa bonaccia, i pesci cominciano da soli a saltare dentro l’imbarcazione che finisce per spaccarsi e affondare. I pescatori annegano felici, forse.
    In Angeli, un uomo qualunque, in un pomeriggio di domenica, riceve la visita di un angelo che entra dalla finestra. Per quanto lo desideri, e tenti di farlo, l’uomo non riesce a comunicare con lui; dopo un po’, l’essere divino se ne va in silenzio, così com’era venuto, lasciando l’uomo nella disperazione e nella bestemmia.
    Il personaggio anonimo di Doppio delitto vaga nella metropoli armato di pistola; non  sa chi deve uccidere, e non sa perché, ma sa che deve farlo. Nella prima versione, scopre di voler eliminare se stesso e si spara, come in uno specchio; in una seconda versione, uccide invece per davvero un altro qualunque, che non conosce ma che, a sua volta, lo uccide.
    Falsi equilibri racconta di un bambino solitario che gioca agli indiani nei pressi di un edificio in costruzione e assiste da lontano, forse senza capire, al suicidio di un adulto, inserendo questa visione nell’ambito immaginario del proprio gioco.
    In La caccia, il protagonista vive alla lettera l’espressione “prendere il treno”, e si comporta come in una caccia  vera e propria, che dura anni. Usa le stazioni per gli appostamenti e la valigia come esca. Inutile dire che la “preda” gli sfugge sempre.
    Il protagonista di L’uomo dei tetti osserva, per mesi, un altro che cammina sui tetti della città, e non riesce a capire perché; quando il passeggiatore solitario e misterioso scompare, l’osservatore sente l’impulso di sostituirsi a lui.
    In Aliene cronache famigliari, un terrestre riceve la visita di un seducente organismo metamorfico, non antropomorfo, forse di origine extramondo, e ne diventa l’amante. Dopo qualche tempo, la forma scompare, o meglio si discioglie, lasciando fra le lenzuola solo due enormi occhi acquosi.
    L’occhio vegetale (inedito) è la storia di un uomo che, d’improvviso, si vede crescere dall’occhio un fiore, o una pianta; prova a reciderla, ma senza successo e poi finisce per accettarla, scoprendo che è primavera.
    Prima della battaglia fa immaginare uno scenario bellico del futuro dove le “regole” della guerra sono perversamente mutate.
    In  Un porto senz’acqua, una nave è costretta ad approdare in un porto che verrà prosciugato per diventare una città, e si immagina che questo sia il destino di ogni nave del mondo.
    In L’uomo che perdeva i sogni, il protagonista, letteralmente, “perde” materia onirica e scopre che le immagini dei propri sogni vengono percepite dagli altri come se fossero reali.
    La moglie del pescatore fa parte di un poemetto a quattro voci: una giovane donna, mentre attende la partenza e poi il ritorno del marito, racconta o sogna, di avere come amante un polipo.  Gli altri tre monologhi (La rete e l’amante e L’amo e la pazienza, Il legno e la vela, inediti) sono le voci del polipo, del pescatore e della barca: ciascuno dei tre parla, o sogna, all’insaputa dell’altro .
    Collocato nel 1854 e ambientato in un “Centro di Oftalmologia Sperimentale”, L’altra metà del mondo ha per protagonista un uomo tormentato da una visione che gli fa vedere tutto diviso a metà.
    Mi sono accorto, arrivato alla fine del racconto, che forse l’uomo è folle ed io non lo sapevo.
    Il Grande Capitano ha come scenario la fine di una terribile battaglia, e un “attendente” veglia e consola il suo “Capitano” che gli si addormenta tra le braccia, ferito, già immerso nei sogni e nel pensiero del domani. All’attendente tocca mettere in ordine il caotico campo di battaglia.
    Nonostante le apparenze, anche Contropasso (Ed. Priamo,  1996)  e Bianco notturno (Ed. Priamo, 2000), non devono essere letti in chiave autobiografica.
    Il lettore che vorrà ostinarsi a farlo, rimarrà deluso o illuso. Non ricaverà nessun particolare piacere estetico, nessuna emozione, e non farà scoperte esaltanti nel collegare il testo ad una biografia.
    Contropasso (il cui primo titolo era Cronache famigliari) è come il ricordo di un ricordo; descrizione  “impacciata” di un amore per una donna e della morte di un cane: le loro rispettive assenze finiranno per sovrapporsi.
    In Bianco notturno, il narratore racconta, per frammenti, una propria giornata, o una parte di questa: una seduta in palestra, dove insegna minibasket ai bambini, il rientro a casa dove lo aspetta un bambino che chiacchiera con lui e gli mostra i propri disegni prima di addormentarsi; durante questo tempo, il narratore ricorda, o forse inventa, una storia letta in un libro: l’eterno e quasi comico inseguimento fra un cane, un gatto e un giardiniere; poi dà da mangiare al pesce rosso che nuota in una vaschetta, infine si corica accanto ad una donna che apparentemente stava aspettando il suo rientro e le racconta (o inventa) un viaggio in treno…
    La giornata finisce così, con l’irruzione del bianco notturno, in immagini che si spezzano e si ricompongono secondo una  rêverie che associa e dissocia le realtà.
    Mentre attraversa “passaggi” (memoria-realtà, verità-finzione, attenzione-distrazione, veglia-sonno), il protagonista scopre che ricordando, descrivendo e inventando, un avvenimento così straziante e invadente come la morte del padre (la figura evocata all’inizio e alla fine) si va pian piano allineando con altre realtà e si riequilibra con loro; un’assenza si fonde finalmente con altre presenze urgenti, altrettanto imperiose.
    In tal senso, l’ossimoro di Bianco notturno produce una rivelazione.
    Ho tentato, in entrambi i testi, come anche nei brevi racconti che ho prima riassunto e che ho raccolto in Per mari disperati (Rocco Carabba Editore 2006) e in Doppio delitto (Rocco Carabba Editore 2007) di ottenere  una  prosa poetica,  dove fossero molte le cose non dette, le suggestioni.
    Alla stessa ambizione appartengono anche i testi di Figli (Rocco Carabba Editore 2008) che ha chiuso, la trilogia narrativa iniziata con Per mari disperati.
    Ho sempre utilizzato un procedimento ellittico e ho scritto per sottrazione, usando i “passaggi” che la realtà nasconde e che la parola attenta può trovare.
    Siamo tutti insoddisfatti o delusi dalla lingua che usiamo o siamo costretti ad ascoltare, dalla parola smorta, volgare e imprecisa che regola, o piuttosto inquina e indebolisce, le forme già evanescenti e ambigue della nostra comunicazione.
    Come scrittore, ho l’ambizione di lavorare per una lingua resistente, durevole, che vinca l’inerzia  dell’espressione del presente, ma soprattutto  possa essere letta anche fra qualche tempo (mesi? anni?) .
    Faccio dunque mia, con molta invidia per non averla pensata io stesso, la frase di Giuseppe Pontiggia: “Io penso che uno scrittore sia sempre più rivolto al futuro del testo che al passato della memoria”.
    Si faccia fede alla quarta di copertina delle Cinque autobiografie : altri che ho raccontato (Cyrano, Casanova, Baudelaire, Hemingway)  mi hanno raccontato.
    Ecco tutto.
    E così muore dunque Anselmo: dopo molte battaglie, gran ardimento e dispendio di energie, “conquiso l’Avel” e domato insomma la “città di Costantino”, si accorge di aver sete e immerge allora ripetutamente l’elmo nella fresca acqua di un ruscello…     L’elmo ha ahimé un forellino e dopo tre giorni di inutili tentativi di dissetarsi il coraggioso crociato se ne muore disidratato.
    Penso al lettore: qualora volesse utilizzare l’elmo dei  miei racconti per berne avidamente la mia biografia, morirebbe di sete.
    Morirà per certo di sete. Letterariamente parlando.

La biografia è altrove e l’autobiografia ha la forma dell’acqua.


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