bruno pompili
Posted: maggio 3rd, 2010 | Author: clubsilencio | Filed under: Senza categoria | Commenti disabilitati
Nota disinvolta su Bruno Pompili
Divide, con qualche alterna sproporzione, la sua attività fra la ricerca critica e la scrittura creativa; avviene allora per natura che eserciti con severità l’autocritica: in tal modo cerca di non infastidire né gli amici né i lettori sconosciuti con opere troppo voluminose o con testi su cui abbia anche il più piccolo dubbio, la più istintiva o lucida riserva. A volte vorrebbe essere pure più severo.
La sua bibliografia risulta dunque piuttosto scarna e i cassetti sono pieni di pagine che non saranno mai pubblicate: narrazioni, saggi, teatro, letture critiche, diari, riflessioni, false poesie. Occorre il convincimento e la pressione di qualche amico fidato per convincerlo a render pubblica qualche parte di quella produzione.
Si sa che gli scrittori sono il più delle volte bugiardi, vanitosi, e si guardano con aria convinta nello specchio come la regina di Biancaneve, soffrono insomma di un bel complesso di Narciso. Ma se non mentissero forse non saprebbero inventare. Se non fossero vanitosi forse non saprebbero sognare. Se non fossero narcisisti (votati anche alla sofferenza) forse non avrebbero il coraggio di affrontare la pubblicazione del loro prodotto, e i frequenti, conseguenti, mancati incontri per quanto attesi.
Nonostante tutto questo, e forse con una buona dose di consapevolezza, ogni tanto credono che la loro voce sia necessaria: «… ebbene i lettori sono sovente pazienti, e gli amici sono amici per definizione». (cfr. B.P.)
Ma quanto può durare una severa autoironia? Di solito, molto poco. È allora che emerge l’ambizione, l’autoconsiderazione massima e lo specchio delle debolezze degli altri. Insieme a ciò, la disponibilità a fare di tutto per ottenere il successo, con rabbia, determinazione, e un sano, disinvolto, amichevole humour noir. In realtà, non fa nulla.
Un’ampia mistura di tutti questi difetti e virtù è il semplice ritratto di Bruno Pompili, che riesce senza apparenti fratture della personalità a fare il professore (di Letteratura Francese), il saggista, oltre a scrivere testi teatrali, racconti e romanzi. Non pubblica le proprie poesie, anzi non ne scrive più, perché ha troppo rispetto per i veri poeti e sa valutare il proprio prodotto.
Come critico letterario ha lavorato sui romantici minori francesi e soprattutto sulle Avanguardie, in particolare nell’ambito del Surrealismo, e sulla letteratura del 900. È traduttore in italiano di testi poetici e teatrali delle avanguardie francesi.
Oltre che cofondatore della rivista letteraria «Il lettore di provincia» (ed. Longo, Ravenna), è poi particolarmente orgoglioso di aver fondato il CRAV (Centro Ricerche Avanguardie dell’Università di Bari) e le connesse collane ecarttrace e metaterpe (musa-bambina debole, a disposizione della traduzione sperimentale), che hanno una attività produttiva in parte collaudata, in parte nelle prossimità dei buoni sogni.
È soprattutto felice di avere degli amici artisti, che gli hanno consentito di vivere rapporti intensi e di godere della “bellezza” che lui non avrebbe saputo produrre.
Non è forse per questo che… una volta si è messo in testa di riscrivere, in breve, il Moby Dick visto dalla parte di “lei”, cioè della balena; ma questo non deve far pensare ad una ambizione smisurata, quanto ad un semplice controcanto che fa emergere dei lati non detti, non esposti, e infine delle riflessioni che finiscono per essere un’ottica della vita, indipendente dal punto di partenza, dal modello famoso, benché fortemente appoggiata alla grande pietra che è l’opera di Melville.
Questa idea del riscrivere gli è venuto in mente di applicarla anche ad un altro testo, ma essendo chiusa in un armadio non ne posso dire nulla, né proprio vorrei perché il risultato è molto interessante ma l’ambizione è sfrenata. Ora, lui dice che non è vero: «È un bel gioco. Senza concorrenza possibile, insomma non c’è partita, con l’originale. Prego, non sono tanto stupido».
Sottolineo la riscrittura di Moby Dick in particolare perché Pompili si diverte a darsi la faccia di un altro, sapendo in realtà di rischiare la sua, e qualche accusa di ambizioni sbagliate. È un rischio che paradossalmente lo protegge – dice lui; gli piacerebbe inventarsi degli pseudonimi, o degli eteronimi, e qualcuno ne ha usato, truccando i dadi in certe narrazioni inedite.
So che gli sembra di maggior senso un riferimento bibliografico relativo piuttosto alla produzione creativa che non ad altro, e non vedo ragione di contraddirlo; anche perché ogni tanto cambia idea, e verrà il momento di citare la bibliografia della ricerca.
Bruno Pompili ha dunque pubblicato: il romanzo breve, tardiva opera prima, L’ordine dello scarabeo (Ed. Palomar, Bari 1995); Il profumo di Dick Moby. Riflessioni di una balena (Ed. Priamo, Fontanelle di Conco – Vicenza 1996; ora anche come inserto della rivista prodotta da alcuni amici surrealisti greci «Nea Synteleia», 3-4, 2004-05); i racconti: Personaggio a tre (Centro di incisione, Atene 1993, con tre incisioni di Dímitra Siaterlí); Opus absconditum di W. A. Mozart, «In-Oltre», Fasano, 13, 1994; Frazioni dal Lapidario di Galliena, «Il lettore di provincia», 95, 1996; testi teatrali: Tre giochi con teatro (Il gioco dei naufraghi, Il gioco di Elvis e Stan, Il gioco dei cavalieri), Crav – B.A. Graphis, Bari 2000; un volume con testi che sembrano poesie e sono frasi quasi-autentiche (per la maggior parte) raccolte nelle stazioni ferroviarie, nei sottopassaggi, sui muri, nelle carrozze ferroviarie, o afferrate in particolari e ormai dismesse trasmissioni radiofoniche: Treni, seguiti da Altri treni, Piccoli convogli del desiderio, Messaggi cri tutti possibili, Crav – B.A. Graphis, Bari 2002.
Tiene molto a dei brevissimi testi, e uno di questi, Costellazione lagunare («Mandragoras» [Atene], 27, 2002), è un assemblaggio di situazioni e di quasi-false citazioni riguardanti Breton e la città di Venezia.
Un esempio della sua scrittura narrativa che gli stia a cuore è facile da trovarsi, sorta di microracconto come altri, inseriti in un testo ampio, e anche sulla “quarta” di copertina di L’ordine dello scarabeo.
“Sognava sempre di quello scultore che distruggeva le proprie creature perché ne cercava una ancora più bella; e quando la vide realizzata voleva abbracciarla e far l’amore con lei. Gli sembrò che si rifiutasse e si sgozzò davanti alla statua. Quando lo trovarono, stava davanti ad un marmo non ancora toccato. E gli imbecilli dicono che si era ucciso per una crisi di incapacità d’artista.”
Non sa ancora esattamente né cosa fare, né come, né quando, degli inediti e di alcune idee originali e paradossali: altrettanto nascosti e riservate.
È la garanzia accettabile che non ci darà molti fastidi: amando tuttavia l’autodenigrazione è capace di strapparci il consenso a pubblicarli, disse lo specchio. Quest’ultima frase contiene tre verità: a lui piace, perché di solito non ci riesce.
Per non lasciare vuoti, anche perché non ci saranno altre note biografiche su Bruno Pompili, sarà bene ricordare che ha scritto su opere e autori solo quando ne veniva fuori un problema: «scrivere e cercare servono per capire». I secchi dati bibliografici stanno, a richiesta info, in un file ad hoc, per i curiosi un po’ così…
Essendo decisamente pigro ha parlato più di quanto non abbia scritto; ha anche affidato a me il compito di questa nota; dovrei ringraziare, mi ha detto. Per amicizia paradossale ho annuito. Lui guardava se annuivo.
E avendo parenti in comune il lavoro è stato facile.
Seguito 1.
Avevo obbedito troppo rapidamente, nel redigere questa nota, e ora mi adeguo all’obbligo non detto di aggiornarla. Lui mi è grato, ridendo su scongiuri. «Non è vero; nessuno la voleva definitiva, commemorativa, insomma finale…»
Ha continuato la stessa strada, però accelerando la produzione come tendono a fare molti ad una età (così chiamata) rispettabile, o di precaria saggezza.
Avendo ormai già detto molto, si è liberato da qualche pressione o urgenza, e l’esposizione ne guadagna: è più libera e meno complicata. Lieve, mai. Sempre a riempire di piombo le tasche dei suoi personaggi, le loro parole e anche quelle degli altri.
Risultato bibliografico (perché ho avuto l’ordine di pensare solo a questo) è la pubblicazione del contenuto di un doppio cassetto: c’erano le sue bestie, diciamo bestiario (Animali della quinta notte, Carabba, Lanciano 2007), i racconti di L’ospite monco, e poi la seconda stolta riscrittura, questa volta proprio da quell’armadio che dicevo inviolabile. La forza di convincimento del nostro comune amico Max Del Pizzo ha avuto ragione, ma pare che, come il minotauro di Borges, l’autore non abbia opposto vera resistenza : Lo sguardo e il velo. Riflessioni della regina di Itaca (questi ultimi due ancora da Carabba, a Lanciano nel 2008).
Non avrei voluto dirlo, e non lo avrei detto se non fosse che la spiegazione è inserita come sottotitolo. È così: Pompili ha voluto scrivere l’Odissea, vissuta, vista, piuttosto detta dalla parte di Penelope. A volte mi farebbe pensare che sia giovane (ma ho la sua data di nascita), perché solo così si spiega l’idea, il convincimento che si possa fare di tutto. Più tardi ti accorgi meglio di quanto inarrivabili siano gli altri, o alcuni.
Infatti me lo ha detto. Avendo leggiucchiato qualche raccontare moderno dell’antica storia l’aveva trovato così banale e insulso da prendere coraggio, o almeno da sentirsi libero: la certezza che non stava imitando qualche imitatore.
La verità è che è innamorato di Penelope, e la fa bella, bellissima, una gran donna. Se ne compiace e si è convinto che tutti ne siano convinti. Come rompergli il giocattolo? Ma alcuni capitoli, non pochi, sono adeguati al suo sogno.
Ultimamente sta facendo girare fra pochi amici strane cose: un romanzo poliziesco, con morti assassinati e investigatore (una investigatrice anche e forse una assassina, due donne formato super), un protagonista senza nome, proprio senza: non c’è mai qualcuno che lo chiami o gli parli col nome, un documento, una cartaccia, un pretesto per dargliene uno… Dice che gli è venuto così, e non gli credo. Lo trova divertente e significativo. Anche le iniziali gli sembrerebbero una convenzione, è vero. Ma allora… no, non ho un ruolo adatto per litigare.
Dovendo e volendo riferire, l’altra cosa che circola è inquietante. La storia, per essere nera è proprio nera, ma non è questo il problema: ci sono due su di una trave in bilico, una altalena, e sono obbligati a stare lì, o anche altrove sempre trasportando la loro trave. Ottanta pagine. Va bene, non sono tante. Poi c’è una specie di diario (dieci-dodici pagine) del protagonista: di nuovo senza nome, ma sappiamo chi è. Con fantasia smisurata, che dia carne luogo e parola… è il Capro espiatorio. Allora dirò anche che l’altro è il suo Inquisitore personale. Perplessità?
Sì, capisco dove vuole arrivare, dopo qualche fatica, ma è l’autore che starnazza. Dice che voleva scrivere un racconto, che è un racconto quel che ha scritto, e la maggior parte dei ristretti amici lettori dice che non lo è, che è un saggio, una filosofia, una elucubrazione. Il numero degli amici, già esiguo, si è ultimamente ridotto considerevolmente.
Se lo lascia dormire in un cassetto, tutto si può rimediare; la delusione di pubblicarlo non gliela possiamo procurare.
Se si mette a fare qualcos’altro si potrà far pace, e ci possiamo divertire ancora.
Non so come andranno veramente le cose, ma sta rimettendo inchiostro su vecchie pagine. Dice anche che vuol cambiare scrittura (una stranezza dal titolo Honey killer, per fortuna è soltanto un racconto di minacce)…
Ho visto qualcosa di diverso, ma preferisco quello di prima. Essendo… è molto capace di insulti, e sia dunque detto per la forma: siamo imparzialmente curiosi, io parenti e amici.
Perché il mio piccolo contributo abbia un futuro.
Seguito 2.
Quel che recentemente mi inquieta è una sua tenera disponibilità. O esplode o si nasconde.
Possiedo una copia di quasi tutti gli inediti, penso che non lo ricordi; riuscirò a vedere cosa fa senza espormi. …E poi me lo ha detto lui di darmi da fare. È questo che voleva dire?
Bruno Briganti